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Dicembre 2009 , A quando il Vangelo?
Il tema formativo scelto per quest’anno dal laicato trae spunto dal libro di David Bosch “Trasforming mission”. Un Saggio impegnativo che affronta un tema altrettanto impegnativo: quello della missione in cambiamento. Nei prossimi numeri di Agenda cercheremo di raccogliere e raccontare le riflessioni che, rispetto ai vari temi del percorso, ciascun laico all’interno dei vari gruppi, vorrà condividere. Iniziamo con il contributo di Nuccia.
Quando – all’incontro di formazione – è stata data la parola a suor Rosalinda, saveriana, ho subito pensato che avremmo ascoltato una bella testimonianza che ci avrebbe suscitato ammirazione e nostalgia, ma lontana dalla nostra realtà e dalle problematiche che viviamo, sia come cristiani qui in Italia, sia come laici missionari. Invece, man mano che Rosalinda si esprimeva, mi apparivano concreti ed applicabili alcuni atteggiamenti che spesso non consideriamo, abituati come siamo alla complessità, alle analisi, alla elaborazione. Si parla da tempo di “un mondo che cambia” e di “una missione che deve cambiare” e, magari, si pensa che occorra trovare delle strategie per l’annuncio del Vangelo in questi nostri tempi caratterizzati dalla crisi in ogni ambito della vita umana. Ma quello che mi si presentava chiara alla mente, mentre Rosalinda parlava, era la strategia del “Dio fatto uomo”. Una strategia che Lui ha prima di tutto realizzato in sé stesso, mostrandocela concretamente con la sua vita, chiarendola successivamente con le sue parole e, infine, suggellandola con la sua morte e resurrezione. E - come se tutto questo non bastasse – Egli ha anche detto: “Come ho fatto io, fate anche voi”. Nel racconto di Rosalinda mi appariva chiaro e concreto cosa ha fatto Cristo – e, dunque, la sua strategia – e cosa siamo chiamati a fare noi – cristiani e laici missionari – in “un mondo che cambia”. Mi sono sembrate perle alcuni passaggi che Rosalinda ha vissuto nel suo essere missionaria e che noi (come singoli e come Chiesa) facciamo fatica a considerare: · Lo “spogliarci” dei bagagli di cui ci sentiamo ricchi (culturali, spirituali, di formazione…) per incontrare l’uomo, guardarlo negli occhi, entrare in rapporto con lui. Come ha fatto Cristo: “Spogliò sé stesso… divenendo simile agli uomini” (Fil 2,7-9); “…depose le vesti” (Gv 13,4) · Il “valorizzare” tutto il bene e il bello che c’è nell’altro perché l’incontro non sia a senso unico; sia, invece, l‘opportunità di avanzare insieme. Come ha fatto Cristo: “Dammi da bere” (Gv 4,7); “Oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5); “Neanche in Israele ho trovato una fede così grande!” (Lc 7,9) · Il “mostrare” in sé stessi la bellezza di una vita attraversata e trasfigurata dall’incontro con Cristo, nella concretezza delle situazioni che viviamo; situazioni comuni a tutti, ma nelle quali il cristiano – per grazia – riesce a porsi in modo diverso e a dare risposte diverse. Come ha fatto e insegnato Cristo: “Non affannatevi per il domani” (Lc 12,22); “Il più grande si faccia servo” (Mt 23,11); “Amate i vostri nemici” (Lc 6,27) Questi tre punti mi sono sembrati preziosissimi ma, considerando che il Dio fatto uomo ce li ha mostrati con chiarezza un bel po’ di tempo fa, mi è venuta alla mente questa domanda: “A quando il Vangelo?” A queste prime riflessioni si sono poi aggiunte quelle suscitate dai brani scelti da p. Benigno per il momento di deserto (1Tim 1,12-15; 2Cor 4,7-12; 2Tim 1,6-8) nei quali ho trovato tanta luce: “Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi”; “Sempre, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifestata nella nostra carne mortale”. Ho considerato, allora, quante volte (come gruppo e come Chiesa) ci fermiamo ad analizzare i tempi che corrono e a ridirci la difficoltà dell’annuncio del Vangelo e mi è sembrato illuminante un altro atteggiamento che veniva fuori dal racconto di Rosalinda: quello del porre, umilmente e lealmente, delle domande a sé stessi, tipo: “Il rifiuto - o l’indifferenza - che sperimentiamo nell’annuncio, è rifiuto del Vangelo o della modalità con cui lo proponiamo?” Mi è venuta in mente, allora, un’intervista al priore della comunità di Bose – Enzo Bianchi – il cui contenuto condivido profondamente. Egli osa affermare che “la fine della cristianità è un’opportunità per il cristianesimo, perché il fatto che non esista più coincidenza tra la fede e la società ci mette in condizione di mostrare una fede vissuta nella libertà e nell’amore”, una fede che genere una vita “bella”, più a misura d’uomo e che, dunque, pone domande a chi ci guarda. Aggiunge, poi, che “essere minoritari non significa essere insignificanti perché nessuna statistica è in grado di misurare l’influenza durevole del Vangelo quando tocca il cuore di un uomo”. Mi fermo qui. E lo faccio riportando una frase dei brani proposti per il deserto: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te”. Abbiamo tutti bisogno di mantenere vivo “il dono di Dio” che per noi laici saveriani è enorme e stupendo: aver conosciuto Cristo e poter sperimentare il suo Amore che “ci spinge” ad annunciarlo! Come ravvivare questo dono? Sicuramente vivendo la centralità di Cristo (con tutto ciò che questo significa), ma in questo momento vorrei porre l’accento – per me e per voi - su un atteggiamento di fondo: la “fede/fiducia” che ci mette in grado di vedere il Regno di Dio che cresce nell’Umanità e di raccontarcelo gli uni gli altri. Tutto ciò che contrasta questa crescita sia oggetto dei nostri pensieri e dei nostri discorsi solo nella misura in cui ci aiuta ad elaborare la nostra risposta, ma non permettiamogli di intaccare quella speranza della quale siamo chiamati a dare ragione. Facciamoci portatori di “buone notizie”… annunciatori del Vangelo, appunto. Nuccia LmSx(Salerno) |