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Il tempo dello stare e il tempo dell’andare

 

Proponiamo una riflessione, tenuta a Salerno in un incontro per i giovani che stanno facendo il cammino di discernimento per il laicato, e che ha spinto anche molti laici del gruppo di Salerno a rispolverare vari documenti elaborati in questi anni dal Laicato.

 

Profeta è colui che nutrendosi di un rapporto preferenziale con Dio, spesso da Lui suscitato e spinto, quasi costretto a questo ruolo, indica la strada smarrita ad un popolo che non sa dove andare o che ha scelto di andare lontano da Dio. Oggi non è tempo di profeti: provate a trovare al volo un nome, perché se dovete pensarci troppo vuol dire che siete costretti a soppesare la profeticità di questo o quello. Manca il carisma o manca un ascolto libero di Dio, finanche dentro la Chiesa?

Se questo è il tempo che viviamo e se nessuno di noi si sente chiamato ad essere profeta, tutti siamo però chiamati ad essere testimoni. Il termine testimone, nella sua eccezione spirituale, indica colui che rende memoria di Cristo, con la sua presenza, la sua vita, le sue scelte e quando necessario col suo “racconto”, raramente con parole ed argomentazioni.

Per dare il dovuto senso all’impegno nella storia, bisogna innanzi tutto riscoprire il volto quotidiano di Gesù, come delineato nei vangeli durante i circa trent’anni da lui trascorsi in Nazareth.

“Gesù quando cominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe…” (Lc 3,23). “Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?” (Mt 13,55) Figlio del carpentiere e carpentiere egli stesso, ben collocato nel quadro della sua parentela, animato da una profonda religiosità, che lo spingeva a recarsi con i suoi in pellegrinaggio annuale a Gerusalemme (“I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua” - Lc 2,41) e soprattutto lo rendeva abituale frequentatore della sinagoga della sua città (“Si recò a Nazareth dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga…” - Lc 4,16). Solo successivamente abbiamo la “vita pubblica” di Gesù che dura solo tre anni.

Un lungo stare per un breve andare: il tempo dello stare, i primi trent’anni sono forse il tempo della pigrizia, dell’incertezza, tempo “sprecato” nell’attesa, oppure tempo vissuto e come tale pieno e che, quindi, non necessita di aggettivi? Sognare di andare: niente è più naturale, per chi sa di possedere la libertà dei figli di Dio in grazia del proprio battesimo!

Naturale anche per un ragazzino della bassa parmense: Guido Maria, che addirittura, si sentiva chiamato a questo dal Crocifisso che visitava in una piccola chiesetta andando a scuola.

Ma ha una salute così cagionevole che lo bloccano ad un passo dal sacerdozio, altro che missione, forse neanche prete potrà essere. Poi il sacerdozio e l’impegno nella diocesi di Parma, ma non smette il viaggio intrapreso nel suo cuore da ragazzino: fonda una famiglia di missionari.

Poi Vescovo a Ravenna e il suo fallimento, la rinuncia alla sede episcopale. Nonostante ciò non demorde, anzi si dedica ancora di più alla Pia Società di San Francesco Saverio; infine, Vescovo di Parma collabora alla fioritura dell’impegno missionario della chiesa italiana, e insieme a p. Paolo Manna, fonda le PP.OO.MM.

Quasi alla fine della sua vita, il viaggio diviene concreto: visita i suoi missionari in Cina e qui non manca qualche incomprensione, ma fa parte della scelta di essere più un testimone al servizio della missione che un profeta carismatico che senza tentennamenti traccia una strada.

Questo dualismo tra universale e locale è il luogo fisiologico di tensione del laico saveriano: respiriamo l’universale, amiamo l’universale, sentiamo quasi istintivamente l’universalità delle vicende che incontriamo, ma il sogno passa per la concretezza del locale, il nostro locale, della nostra chiesa, del nostro paese, del luogo di lavoro.

Questo vivere il locale nella comunità ecclesiale, vuol dire assumere l’ingrato ruolo di chi può solo ricordare che la chiesa è missionaria ed in assenza di una pastorale missionaria, approfittare dei ritagli per far vivere ai fratelli e alle sorelle la missionarietà della chiesa.

È una scelta di carità verso le nostre comunità, accettando i limiti di una pastorale che dedica gran parte delle energie, del tempo e dell’attenzione alla vita liturgica e alla catechesi sacramentale.

Carità ed ascolto verso una chiesa ripiegata su se stessa anche quando brilla per capacità organizzative e per quantità e qualità delle attività parrocchiali; una diocesi che pur avendo “trascorsi” missionari e ospitando una congregazione missionaria, solo ultimamente sta provando a venir fuori dalla “sindrome del mattone”.

Nella realtà sociale (amici, parenti, lavoro), siamo chiamati ad essere quelli che conservano uno sguardo di speranza sulle vicende, uno sguardo ampio ed alto che scorga qualcosa oltre l’orizzonte più prossimo e più basso dove siamo invitati in tutti i modi a guardare; persone che ricordano che il mondo è una sfera e quindi qualsiasi posto, qualsiasi villaggio può essere nuovo punto di partenza.

Siamo chiamati ad essere punti “alquanto” fermi, in un mondo che avverte la precarietà del momento e la confusione di un cambiamento che avviene con difficoltà e senza una chiara meta.

Chiamati come laici saveriani a costruire ponti: tra il nostro piccolo vissuto e luoghi umani lontani geograficamente o culturalmente, tra la chiesa e una realtà laica che chiede maggiore rispetto ed è allo stesso tempo poco in ascolto, tra la sobrietà e il consumismo, tra l’amore e l’indifferenza.

Quello che ci ha sempre caratterizzati è la riconoscibilità dello sguardo ampio e della libertà di posizionarci nel confronto con qualsiasi realtà, senza lacerare il rapporto di appartenenza e di affetto con la chiesa locale e con un’obbedienza certa, seppur critica nei confronti dei nostri pastori; ci ha sempre caratterizzato la scarsa preoccupazione di firmare ciò che facciamo, lasciando che tutto sia a gloria di Dio, riconoscendo che il nostro sogno che tutti diveniamo una famiglia non passa certo per il successo della nostra piccola famiglia laicale, né tanto meno per quello della poco più grande famiglia religiosa Saveriana.

Ci sentiamo in altre parole, particolarmente coinvolti dalla dinamica del servizio al Regno.

 

Nando ed Elena

Maggio 2009