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ACCOGLIENZA DEI SENZA FISSA DIMORA A SALERNO
Lo scorso 8 Novembre ha ripreso il via l’esperienza di accoglienza dei senza fissa dimora nella casa saveriana di Salerno. Per il secondo inverno consecutivo 14 uomini che altrimenti dormirebbero al freddo trovano ospitalità durante la notte nell’Istituto saveriano. Il servizio è cominciato a seguito di una riflessione avviata già da diversi anni da parte di alcuni giovani che frequentano le proposte di animazione e di formazione della casa. La proposta è condivisa e sostenuta oltre che dalla comunità saveriana anche dal Laicato saveriano. A coordinarla infatti è proprio un laico, Antonio Bonifacio. Vi proponiamo di seguito alcune riflessioni di Padre Alex Brai rivolte ai giovani con le quali ripercorre il cammino che ha portato ad aprire le porte a chi ne aveva necessità. L’esperienza, come ha evidenziato anche il Direttore della Caritas Diocesana, è a pieno titolo inserita nel cammino e nell’impegno della Chiesa diocesana, non è un’esperienza separata ma integrata nella vita e nell’opera della chiesa salernitana. L’invito è quello di mettersi in rete. Ciò significa condividere la fatica e le responsabilità, ma anche sostenersi reciprocamente nella crescita. Infatti attraverso proposte di servizio come queste si può piantare il seme della missione nella società e nella chiesa.
All’ultima riunione dei Senza fissa dimora hanno partecipato tante persone che avevano sentito parlare dell’esperienza di accoglienza di persone senza tetto nel periodo invernale presso la struttura dei Missionari Saveriani di Salerno. Questa riunione ha permesso di risollevare alcuni aspetti importanti che forse potevano essere chiari per alcuni, ma non tanto per altri. Tra le domande che sono state fatte una riguardava i promotori di tale iniziativa: ma chi siamo noi che facciamo questa esperienza? Siamo saveriani, siamo caritas, siamo salesiani, siamo laici saveriani…? Ripercorrere il cammino iniziato 4 anni fa, fino ai giorni d’oggi, penso ci possa aiutare a delineare meglio l’esperienza che anche quest’anno vogliamo ripetere, non perché non abbiamo niente da fare, ma perché purtroppo, l’emergenza dei senza fissa dimora è ancora attuale. In un primo momento, ci soffermeremo sugli interrogativi dei giovani che stanno alla base di questa esperienza, poi sul tentativo degli stessi di scuotere la Chiesa e la città di Salerno e poi sulla realizzazione effettiva dell’accoglienza. Speriamo che questo percorso, ci possa aiutare a trarre qualche conclusione o comunque qualche spunto per definire meglio quello che insieme vogliamo vivere anche quest’anno. Dei giovani si interrogano Eravamo nell’ambito del cammino interparrocchiale di Salerno est. Le tematiche che come parrocchie e come saveriani spesso trattavamo riguardavano i poveri, l’accoglienza e gli stranieri. Ecco che allora, tanti giovani hanno sollevato il problema riguardante le tante persone che a Salerno passavano la notte a dormire “à la belle étoile”, come dicono i francesi, cioè sotto le stelle, senza un tetto sotto cui ripararsi dal freddo, dal vento e dalla pioggia. La Caritas faceva già tanto e anche tante associazioni erano riuscite a “salvare” tante persone dalla strada, però tante altre continuavano a “vivere” in condizioni disumane. Anche noi Missionari Saveriani, siamo stati interpellati: “Voi nelle missioni fate tanto per gli ultimi perché qui non fate niente per loro?” I saveriani sono in Italia prevalentemente per l’animazione missionaria, per ricordare alla Chiesa italiana la dimensione della missionarietà che le è propria, ma che spesso viene dimenticata. Però questo interrogativo ha fatto discutere anche i missionari. Per più di un anno tra i gruppi di formazione, la preoccupazione per questi nostri ultimi fratelli ritornava sempre più insistente, tanto da passare poi a delle proposte più concrete. Dei giovani si espongono “Cerchiamo di far fronte almeno al disagio di questi nostri fratelli nei mesi più freddi dell’anno”: questo sembrava essere l’obiettivo che si voleva raggiungere. Cosa fare? Come muoversi? Ecco l’idea, forse non tanto originale, ma che poteva dare qualche speranza ai giovani, di scrivere una lettera alla Chiesa e ai politici di Salerno per mettere a disposizione un locale parrocchiale o comunale per queste persone o, come si fa anche in altre città, per creare dei tendoni con delle stufe e dei letti. Questa richiesta è stata allora elaborata, formulata e condivisa tanto da scrivere una lettera con tante firme (non ci ricordiamo più il numero) e fatte girare per tante parrocchie e a livello diocesano. I giovani facevano una richiesta precisa e dettagliata che invitava a prendere posizione. Dei giovani si coinvolgono Quando si fanno delle richieste e le risposte non arrivano o arrivano con delle obiezioni o difficoltà oggettive per la realizzazione di un progetto, si è tentati di buttar giù la spugna e continuare a sognare la possibilità, in un futuro più o meno immediato, di un’alternativa a questi nostri fratelli più sfortunati. Ma i giovani insistono presso le parrocchie e le realtà religiose, affermando che se si presenta una struttura, loro stessi si occuperanno dell’accoglienza e di tutto ciò che riguarda l’organizzazione. La struttura dei saveriani La prima struttura che offre dei locali (un camerone e dei bagni) è quella dei saveriani. Per quanto, alcuni membri della comunità dei saveriani abbiano già avuto nel passato l’esperienza di accoglienza, soprattutto di stranieri in difficoltà, si fa presente la necessità di coinvolgere altri organismi e l’organismo diocesano chiamato a conoscere qualsiasi progetto legato al sociale. L’apporto della Caritas e di altre realtà associative e parrocchiali I giovani, con il consenso dei padri saveriani, convocano una riunione in cui viene invitata la Caritas diocesana, la mensa di San Giuseppe Lavoratore e alcuni dei tanti giovani legati a esperienze di fede diverse (parrocchiali, missionarie, di animazione giovanile…). È soprattutto alla Caritas che è fatta la richiesta di operatori che potessero aiutare i giovani ed è la Caritas che è venuta incontro per le spese dell’acqua e della corrente. Alla Caritas si sono aggiunte tante persone che con la loro generosità hanno offerto, vestiti, cibo e l’occorrente per l’igiene degli ospiti. In questa riunione è definito il progetto dell’accoglienza dei senza fissa dimora. È un progetto che non si vuole sostituire ai progetti della Caritas o di altre realtà diocesane. È un progetto che non è “indeterminato”, ma provvisorio finché non si trovi una struttura più adatta, più accogliente e di inserimento. Per concludere In Italia si è portati a identificare un progetto sociale con un’associazione o un ente definito, legato allo stato o alla Chiesa. Questo aspetto ha naturalmente la sua importanza e può dare certamente consistenza al progetto stesso. La Caritas come ente diocesano, i saveriani come missionari, i salesiani, i padri dottrinari i tanti sacerdoti e le tante associazioni che hanno appoggiato questa iniziativa rimangono degli apporti fondamentali e rappresentano un segno della comunione ecclesiale. Ma i primi e coloro che portano avanti concretamente, giorno dopo giorno, dedicando notti e giorni, rinunciando ad ore di studio e di lavoro sono i giovani e i “meno giovani” (tanti papà di famiglia si sono aggiunti lungo il cammino) che rimangono i primi punti di riferimento. Possiamo concludere con quanto ha scritto uno dei tanti giovani a conclusione del primo inverno passato con gli ospiti senza fissa dimora: “Scrivo queste righe, minime rispetto alla totalità dell’esperienza vissuta, perché sento l’esigenza di fare memoria, perché spesso, ci si dimentica del bene ricevuto e si ricordano solo le cose negative della vita, perché quello che durante i mesi freddi è stato fatto dal nulla, o quasi, sia presente anche negli occhi di chi legge questo scritto, e perché dentro di me c’è la voglia di continuare a fare qualcosa per gli ultimi, insieme a tutti gli splendidi amici di questa esperienza”. p. Alex Brai, sx
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