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Articolo per Nuova Stagione La preghiera del venerdì santo secondo il Missale Romanum di san Pio V
È noto che l’uso del Missale Romanum secondo l’edizione preconciliare promulgata dal B. Giovanni XXIII nel 1962 è stato liberalizzato da Papa Benedetto XVI con il Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio scorso. Si ricorderà che la formula dell’ Oremus et pro Iudaeis (la preghiera per i giudei del venerdì santo) contenuta in quel messale fu già frutto di modifiche avvenute nel passato; in particolare Giovanni XXIII, nel 1959, eliminò l’espressione «perfidi giudei» e «perfidia ebraica», mantenendo tuttavia la preghiera sulla «conversione degli ebrei» con alcune espressioni e termini – «tolga il velo dai loro cuori», «accecamento» e «tenebra» – che hanno suscitato disappunto nel mondo ebraico subito dopo la notizia della liberalizzazione concessa dall’attuale Pontefice. Per tale motivo il cardinale Tarcisio Bertone (segretario di Stato), aveva annunciato che si sarebbe disposto un cambiamento. In effetti l’Osservatore Romano di domenica 6 febbraio 2008 ha pubblicato la Nota della Segreteria di Stato della Santa Sede con il nuovo testo della preghiera per gli ebrei, suscitando a sua volta non poche perplessità tra gli ebrei ma anche tra molti cattolici impegnati nel dialogo ebraico-cristiano. Il testo della Nota Vaticana oggetto oggi di critiche e discussioni recita: «Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini... Dio Onnipotente ed eterno, Tu che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi propizio che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo». Dal giorno stesso della sua pubblicazione si è levato da parte ebraica un coro di proteste. Il rabbino Laras, presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana, che si era già espresso in maniera preoccupata sulla reintroduzione del Messale Romano preconciliare ha firmato, in seguito alla nota della segreteria di Stato, un comunicato (6 febbraio 2008) dal tono molto severo, di cui ha dato notizia la stampa nazionale. In pratica si sottolinea che la sostituzione della precedente espressione “accecamento degli ebrei” con la nuova “che Dio li illumini” non cambia molto le cose e riporta a concetti equivalenti e preconciliari. Così come l’invito a pregare perché gli ebrei riconoscano Gesù come Salvatore. Pur ammettendo la legittimità di scegliere le formule liturgiche nell’ambito della propria confessione di fede, si denuncia che «l’adozione di tale formula liturgica è comunque in netta e pericolosa contraddizione con almeno quarant’anni di dialogo ebraico-cattolico (...) è avvertita come una sconfitta dei presupposti stessi del dialogo, perché si legittima, adesso anche nella trasposizione della prassi liturgica, un’idea di “dialogo” finalizzato, in realtà, alla conversione degli ebrei al Cattolicesimo, cosa che è ovviamente per noi inaccettabile». Il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha parlato di «marcia indietro di 43 anni che impone una pausa di riflessione. Della preghiera - spiega - è grave la sostanza e grave anche la formula con cui è stata presentata. Vorrei precisare che non è vero che è stata tolta la frase che urta la sensibilità del popolo ebraico. In questa nuova formulazione, tutto urta questa sensibilità». Più pacate, ma non meno preoccupate, le reazioni da parte di altri gruppi e movimenti ebraici. Il Corriere della Sera del 12 febbraio riportava le parole di Alvin K.Berkun, presidente dell’Assemblea Rabbinica Americana ch rappresenta il Movimento Conservatore del giudaismo Usa: «L’iniziativa di Di Segni [cioè l’interruzione del dialogo] secondo noi è estrema e molto dannosa». D’accordo sulla necessità di non interrompere il dialogo anche il rabbino Richard A.Marker, vice-presidente della International Jewish Committee on Interreligious Consultation che cura il dialogo tra tutto il mondo ebraico Usa. Dunque posizioni ispirate a maggior cautela, ma certamente preoccupate del nuovo risvolto dato alla liturgia con il recupero di espressioni che sembravano superate. Sulla questione, in un’intervista a Radio Vaticana, si è espresso il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, e della commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo «...se questa preghiera, ora, parla della conversione degli ebrei, ciò non vuol dire che noi abbiamo l’intenzione di fare “missione”: infatti, il Papa cita la Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani, al capitolo 11, dove Paolo dice che “noi speriamo che, quando la plenitudine dei gentili è entrata nella Chiesa, anche l’intero Israele si salverà”, e questa è una speranza escatologica (...). Dobbiamo rispettare a vicenda la diversità che esiste fra noi». Anche il Cardinale Gianfranco Ravasi, sull’Osservatore del 15 febbraio mostra la coerenza della preghiera per la conversione a Gesù Cristo con il fondamento del Nuovo Testamento, ribadendo che tale preghiera esprime «la visione cristiana e la speranza della Chiesa che prega. Non è una proposta programmatica di adesione teorica né una strategia missionaria di conversione. È l’atteggiamento caratteristico dell’invocazione orante secondo il quale si auspica anche alle persone che si considerano vicine, care e significative, una realtà che si ritiene preziosa e salvifica». In altri interventi si è fatto rilevare, inoltre, l’esiguo numero di cattolici interessati all’uso del messale pre-conciliare (tradizionalisti, in particolare i gruppi lefreviani) come pure l’attenzione manifestata dal Papa nell’aver accolto, benché in maniera giudicata insoddisfacente, le preoccupazioni delle comunità ebraiche, e, infine, le esigenze tecniche dell’inserimento di una preghiera in un testo già codificato, cristallizzato nella sua redazione, come chiarisce il Cardinale Ravasi nell’intervento sull’Osservatore sopra citato. A molti sono sembrate perciò eccessive, ed in parte ingiuste le reazioni del mondo ebraico (soprattutto italiano), in particolare l’adombrata sospensione del dialogo con i cattolici, che ha ferito quanti da anni sono impegnati con onestà e passione nel dialogo ebraico cristiano, non avendo mai coltivato nessun occulto secondo fine che adesso, proprio nell’orazione del vecchio messale, emergerebbe nella sua reale consistenza. Non è però il caso di continuare con risentimenti o prese di posizione dovute a reazioni a caldo. Bisogna più pacatamente andare alla sostanza, all’oggetto della questione che mi pare tocchi due aspetti fondamentali da tener presenti nel dialogo ebraico cristiano. Il primo è relativo proprio a quelle differenze fondamentali tra i due tipi di fede che rendono naturalmente necessario un dialogo aperto e rispettoso dell’altro. Il cristianesimo è per natura sua missionario. Il comando di evangelizzare tutte le genti, di annunciare cioè la buona notizia di Gesù Messia, è imprescindibile nella visione cristiana della fede. Prima ancora di motivare l’attività o la proposta evangelizzatrice, il comando evangelico si fa preghiera perché tutti gli uomini, non solo gli ebrei, si “convertano”, arrivino a vedere cioè in Cristo il Verbo incarnato di Dio e lo riconoscano come Signore. Senza questo nucleo, semplicemente non vi è cristianesimo, almeno così come lo conosciamo nelle sue pur molteplici forme storiche. È perciò naturale che i cristiani preghino per la conversione del mondo intero e in particolare per Israele. Ciò nella prospettiva paolina che in Rm 9-11 parla del mistero di Israele, da amare e rispettare, ma che non rende per questo illegittimo, da parte cristiana, attendere il tempo futuro della ricapitolazione in Cristo. Ciò detto va però affrontata un’altra questione. Il cambiamento della formula della vecchia preghiera pro iudeis nel nuovo messale in uso ormai da circa quarant’anni, frutto della lunga gestazione conciliare non può essere ricondotto ad un qualunque cambiamento formale, come si comprende bene dal tono stesso della preghiera a cui ormai siamo abituati: «Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza. (Segue la preghiera in silenzio e poi prosegue) Dio Onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo e alla sua discendenza, ascolta la preghiera della tua Chiesa, perché il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione». In particolare quel cambiamento ha dietro di sé la storia sofferta del rapporto con gli ebrei e l’ebraismo, una presa di coscienza forte e urgente per i fatti tragici della Shoà. Non è possibile, in un articolo, ripercorrere i passi che dall’incontro di Jules Jsaac con Giovanni XXIII hanno portato ad una serie ormai nutrita di atti, di dichiarazioni, di gesti simbolici di cui tutti portiamo il ricordo. È dentro a questo contesto che la preghiera per i giudei, nella formula preconciliare, appare espressione di una concezione storico-teologica ormai superata, cioè della considerazione del popolo ebraico a partire dalla sua relazione al cristianesimo e alla conversione non ancora avvenuta. Effettivamente la reintroduzione di quella preghiera preconciliare trascina con sé, al di là della quantità di persone che verranno a contatto con il testo del messale di Pio V, una concezione che contraddice la via felicemente intrapresa in questi ultimi decenni. La Chiesa era passata gradualmente a maturare la necessità di un atteggiamento diverso verso il popolo eletto attraverso una purificazione della memoria, anche eliminando ogni espressione che avesse potuto fare da appoggio ad un sentimento antigiudaico, e in particolare tutto ciò che facesse pensare all’ebraismo come una sorta di incongruenza storica, testimonianza vivente di una conversione stranamente “non ancora avvenuta”. Questo approccio è quello che ha motivato nei secoli la considerazione cristiana del giudaismo come fatto sociale e religioso in realtà superato dalla storia ma non ancora consumatosi secondo la normale via della conversione al Messia già venuto. Come si diceva sopra, l’attesa di una convergenza dell’umanità in Cristo, via verità e vita, ispira il cristianesimo e la sua visione escatologica, ma è tuttavia maturata la consapevolezza che sotto il profilo storico la convivenza con persone di diverse fedi religiose, preveda un approccio che pur senza rinunciare a far conoscere la proposta cristiana, non accosti l’altro essenzialmente per “convertirlo”, ma per conoscerlo e con lui anche il suo mondo religioso, per trovare punti di contatto per la costruzione di un mondo migliore. Le diverse tradizioni religiose possono anzi costituire, come spesso accade, tesori di spiritualità sconosciuti che permettono un arricchimento reciproco anche sotto il profilo spirituale (e ciò è vero in maniera del tutto speciale ed unica nel rapporto tra il cristianesimo e la sua radice santa) pur senza portare a quella che con un po’ di confusione mediatica potrebbe essere pensata come la religione universale, frutto della rinuncia alla propria identità di fede. È per questo motivo che il tono della preghiera del venerdì santo per i fratelli ebrei risulta più che strana, un pericoloso ritorno all’approccio teso innanzitutto alla conversione. La formulazione della preghiera del Messale successivo al Vaticano II non è preferita per un motivo di gusto o di maggior gentilezza “politica” verso gli ebrei. Risponde invece ad un’idea teologica diversa, quella che porta a vedere nell’altro innanzitutto la persona che viene accolta e amata per ciò che essa è e per il cui bene perciò si prega, non invece l’oggetto di un’opera di conversione. Insomma quella formulazione rievoca, pur senza volerlo, un modo di concepire il rapporto con gli ebrei che è smentito in realtà da tutto quanto ha accompagnato e seguito il Concilio Vaticano II nell’insegnamento teologico e magisteriale. È sostanzialmente per questi motivi che, pur nel rispetto delle esigenze dei cattolici tradizionalisti, molte Amicizie Ebraico Cristiane, compresa quella di Napoli, hanno manifestato il proprio dispiacere e la condizione di disagio nella quale si trovano oggi a dialogare con i nostri “fratelli maggiori”.
Don Gaetano Castello
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