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Ancona, 2-5 Gennaio 2010.
Rientro a casa dopo il Tabor: nel cuore ho qualcosa come almeno mille emozioni. Questi giorni di ritiro con vista sul mare di Ancona ve lo giuro non volano, anche non volendo si vivono in pieno. Non vorrei però ora raccontarvi tutti i dettagli, vorrei invece lasciare quest’unica, bellissima emozione. È la Messa finale: mi guardo attorno… tra noi ragazzi arrivati da ogni angolo d’Italia c’è un gruppetto di padri saveriani che a sommarli insieme fanno almeno 100 anni di servizio missionario nel solo Congo R.D. e altri 50 anni e più in altri Paesi del mondo; c’è una coppia sposata da 32 anni che ha saputo realizzare quella che si dice un’autentica famiglia cristiana; ci sono ragazzi che studiano per l’ordinazione e altri che si dividono tra famiglia, lavoro e impegno missionario. Ma che ci faccio qui? È proprio vero: Signore non sono degno di partecipare QUESTA mensa! La risposta non ce l’ho: anch’io come molti altri mi sento nel mio piccolo chiamato e provo a rispondere. Penso che in fondo siate d’accordo anche voi: la vita è un viaggio. Lo puoi fare in un treno ad Alta Velocità, così veloce che neanche riesci a vedere il paesaggio fuori, nella tua prima classe, comoda, climatizzata (anzi, quasi freddina), silenziosa (anzi, quasi deserta). Oppure puoi provare a saltare su un vecchio treno, di quelli con la locomotiva che ancora sbuffa: sarà magari affollato, ma almeno mi farò degli amici, sarà magari scomodo, ma tanto a me piace guardare fuori dal finestrino! Camminate al fianco di Gesù, buona vita! David Tosin
“Vi sono navi che rimangono ferme nel porto, per timore che i venti le spingano troppo lontano. Desiderano le grandi distese marine, eppure la paura è più forte, e così non salpano mai. Conosco navi che si arrugginiscono nei porti senza mai osare issare le vele: anche se ancora giovani, sono già vecchie. Conosco navi che si dimenticano di salpare, che hanno paura del mare e così non hanno mai solcato le onde. Vivono da annoiate al molo: il loro viaggio è terminato ancora prima di iniziare. Ma conosco anche navi che viaggiano l’una al fianco dell’altra, per affrontare il maltempo quando si avvicina la tempesta. Esse non cessano di incontrarsi, ogni giorno della loro vita, per poi ritrovarsi di nuovo. Conosco navi che tornano dall’avventura, dopo aver navigato tanto senza chiudere mai le loro ali da giganti: anche quando sono al sicuro nel porto, hanno un cuore grande come l’oceano.” “Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda…” (Lc 5,1-2) Curioso pensare che anche questo Tabor è iniziato con l’immagine di una barca! Se ad Asiago la portavo sulle spalle, ora sembra sia arrivata al molo. È proprio così che mi parla il vangelo di Luca. Il molo non è che un punto di passaggio per i marinai. Tante barche lo raggiungono, ma poche vi si fermano a lungo… quasi nessuna! Al molo si fa rifornimento. Qui i marinai possono riposare, possono chiacchierare con chi condivide con loro la passione per il mare… tutto questo in attesa che il Vento gonfi le vele e si possa ripartire per un nuovo viaggio. A chi mi chiede perché iniziare l’anno in un posto che non mi conosce, rispondo che ora per me il Tabor è un po’ come un molo: qui ci si ferma, si realizza dove si è, si prova a leggere la cartina, ci si confronta con gli altri “marinai”… ci si lascia stupire dall’oceano che allieta la vista! Le barche sono fatte per navigare! Credo che fermarsi nel porto abbia senso solo se poi si è capaci di prendere il largo. Forse allora si capirà anche il senso di quella sosta! Simonetta Caboni
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