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Le sintesi dei tre laboratori
Durante la convivenza gran parte del lavoro è stato sviluppato in laboratori che trattavano ognuno un tema differente. Di seguito riportiamo le sintesi elaborate dai tre gruppi di riflessione. Sono uno stimolo per procedere nell’animazione in e fuori dall’Italia. QUALE MISSIONE IN ITALIA (i poveri, i lontani, gli smarriti, dialogo interreligioso) Abbiamo preso atto delle difficoltà di stare “sulla porta” della Chiesa, essere cioè punto di riferimento per i lontani e gli smarriti. Su questo argomento, nonostante ci sia una forte sensibilità nel laicato, non si è ancora elaborato teorie o strategie anche se si sente come forte ed urgente il bisogno dell’annunzio del vangelo a chi non può (es divorziati ,omosessuali…) o non vuole perchè condizionato da aspetti della Chiesa e non dalla sostanza dell’Annuncio, sentirsi parte del Popolo di Dio. Diverso è l’approccio con lo straniero e gli stranieri. Alcune parrocchie, anche da noi frequentate, sono impegnate nel’accoglienza e nell’aiuto. Ci sembra però che vada vinta la tentazione di pensare all’aiuto allo straniero come una delle attività da aggiungere a quelle della parrocchia. Forse anche il concetto di “integrazione” andrebbe superato. Non basta celebrare messe in lingue diverse o accogliere chi è in difficoltà, dovremmo tutti “condizionarci” a vicenda. Le culture diverse dovrebbero entrare nel nostro quotidiano e cambiare, poco alla volta le nostre abitudini. A volte andare incontro allo straniero sembra esser più un nostro bisogno, che la risposta agli stimoli provenienti dal dialogo con gli altri. Ma questo non è un dato negativo. L’attenzione se è rispettosa è comunque uno stimolo a migliorarci e a ricercare l’incontro. Non è detto poi che “l’altro” lo “straniero” voglia incontrarci. Il rapporto è sempre in via di definizione e si costruisce a partire dalla consapevolezza della “distanza” religiosa e culturale che ci divide e nel porre in essere piccoli gesti quotidiani e costanti. Da anni l’impegno con “lo straniero” è un aspetto di vita di alcuni di noi. Esperienze con i rom, i magrebini, le case di accoglienza sono presenti tra di noi da molti anni. Ma come fare perché queste esperienze siano sentite come “nostre” come cioè di tutto il Laicato saveriano? E’ necessario continuare (vedi Agenda) e allargare le esperienze di condivisione e di preghiera che ci facciano sentire concretamente vicini. Ma è sufficiente per i membri del laicato saveriano un impegno personale su questi temi? Forse è arrivato il momento che come Laicato diamo “un segno” del nostro impegno verso questa dimensione. E’ vero che non siamo un gruppo di volontariato ma l’esperienza della fraternità di Parma (che ha accolto una madre con bimba segnalata da un’associazione contro la tratta), l’impegno di alcuni del gruppo di Salerno nell’accoglienza de senza fissa dimora nella casa saveriana di Salerno organizzata da un gruppo di volontari dimostra che qualcosa è possibile. Si tratta di legare il nostro impegno di animazione missionaria all’attenzione verso l’ “ad gentes” in italia. Le case Saveriane sono sempre state attente all’accoglienza e al coinvolgimento degli stranieri come dimostrano varie singole iniziative e le due feste dei popoli (Desio e Salerno). Il Laicato potrebbe aiutare a rendere “organico” questo sforzo che è di tutta la famiglia saveriana assicurando continuità, consulenza, presenza nella consapevolezza del valore del “segno”. Non siamo che un piccolo gruppo con risorse limitate, un pezzetto di Chiesa che sottolinea l’aspetto missionario ad gentes. Claudio Condorelli FAMIGLIA SAVERIANA E MISSIONE CONDIVISA Il tema della missione condivisa è da diverso tempo ormai oggetto di diverse riflessioni sia interne al laicato che di confronto nell’ambito della famiglia saveriana. In questi ultimi anni peraltro, numerose sono state le esperienze che hanno già visto concretizzare questo stile del “fare missione insieme” anche se in modi diversi e con gradi di intensità diversi nell’ambito delle varie realtà territoriali dove sono presenti laici, missionari saveriani e saveriane (Progetto tabor, accompagnamento nei gruppi di animazione giovanile missionaria, cammino del compro-missione, organizzazione delle motre ecc….) Dopo una prima introduzione a cura di p. Benigno in cui sono stati ricordati alcuni elementi fondamentali di questa missione comune si è passato al confronto in laboratorio. L’ottica è stata quella non di un luogo di sintesi quanto piuttosto di uno spazio di stimolo e provocazione su cui sollecitare la futura riflessione del laicato prima e con la famiglia saveriana poi. Il cammino su questo fronte del “fare missione insieme” è già in atto e il tratto percorso ha già portato dei frutti in termina di crescita reciproca evidenziando però anche le difficoltà che derivano dal far comunicare tra loro realtà molto differenti. La strada da fare è ancora lunga e inedita ma “il cammino si apre camminando”…. E camminando si chiarifica sempre di più facendo emergere dal lato nuove criticità ma dall’altro anche nuove prospettive. Il laicato coi suoi circa 18 anni di vita è ormai una realtà. Certamente giovane, appena maggiorenne, piccola, inedita, fluida, eterogenea, in divenire ma soprattutto…. “altra” rispetto ai saveriani e al mondo di un/a consacrato/a… con tutto ciò che da questo deriva anche in termini di difficoltà di “integrazione”. La presenza del laicato all’interno della famiglia saveriana è sostanzialmente percepita come una ricchezza che permette di incarnare sempre meglio il carisma di mons Conforti. Probabilmente da parte dei saveriani non c’è ancora una unanime riconoscimento di questo soprattutto in chi, comprensibilmente, conosce meno la realtà del laicato e ne percepisce soprattutto le differenze rispetto alla scelta fatta da un consacrato. Un primo passo, sicuramente importante come ricordava p. Benigno, è quello di “percepire il laicato non come un intruso o un ostacolo ma come un dono”. Chiaramente per arrivare a questa consapevolezza diffusa è necessario tempo, conoscenza reciproca, lavoro insieme, rispetto…. e la pazienza di creare una mentalità. Nell’ambito del confronto interno al laboratorio una domanda in particolare è emersa e ha orientato la riflessione: se la presenza del laicato può essere considerata un bene all’interno della famiglia saveriana, come e fino a quanto intensificare questo rapporto? In particolare, nel momento in cui si programmano o si progettano nuove attività “è bene che i laici ci siano o è importante che debbano esserci?”. Una domanda cruciale dalla cui risposta deriva anche un differente livello di relazione tra laici e saveriani. Una relazione fatta di autonomia ma anche di corresponsabilità e collaborazione. Nel confronto su questo tema sono emerse interessanti e suggestive idee e proposte: dall’opportunità di pensare a momenti fissi di programmazione comune tra saveriani e laici a inizio anno, alla necessità di migliorare e intensificare i rapporti reciproci coltivando sempre più le relazioni personali e comunitarie, dall’importanza di continuare a progettare insieme e avere corresponsabilità nell’animazione missionaria e vocazionale in Italia, alla possibilità di verificare, insieme alla famiglia saveriana, eventuali soluzioni dove realizzare esperienze di missione in cui sia relativamente facile l’inserimento di una famiglia di laici e dove il laicato possa garantire una continuità minima magari anche “in staffetta”. Tra queste e altre proposte emerse, una nello specifico sembra particolarmente affascinante seppur ardita. Quella cioè di iniziare a riflettere sulla possibilità di dar vita a esperienze nuove di missione a partire da una collaborazione sempre più stretta tra saveriani ,saveriane e laici che preveda anche livelli stabili di coabitazione sfruttando magari gli spazi di alcune comunità in cui sperimentare questo nuovo modello di testimonianza missionaria. Chiaramente una tale presenza fisica richiederebbe una gestione attenta e rispettosa degli spazi in modo da salvaguardare le diverse esigenze legate alle differenti situazioni vocazionali. Forse i tempi non sono ancora maturi ma è stato interessante vedere, come rispetto a questa “utopia”, sia emerse una disponibilità condivisa e diffusa (non solo da parte dei laici ma anche dei saveriani che hanno partecipato al laboratorio) a sognare insieme nella consapevolezza che seppur ardita questa nuova prospettiva possa rappresentare anche una grande testimonianza missionaria e un segno profetico dentro una Chiesa che oggi “non ha bisogno di maestri ma di testimoni”. Alessandro Andreoli
IL LAICATO SAVERIANO NELLA VITA ORDINARIA (l’impegno sociale, politico, economico….) L’impegno sociale è una dimensione della laicità e un espressione concreta della fede vissuta. Molti tra noi si impegnano a livello sociale e “politico” ma per noi laici saveriani è arrivato il momento di comunicare e condividere, all’interno dei nostri gruppi e con tutto il laicato, le nostre esperienze. La comunicazione aiuta il gruppo nel supportare chi vive l’esperienza. In questa azione di tipo solidale, sociale e politica è necessario relazionarsi ad altri gruppi e associazioni ( a volte anche lontane dalla fede) per cui siamo consapevoli di essere “un nodo della rete” . L’incontro con gli altri ci porta ad approfondire i motivi del disagio sociale che ci ha interpellati perché la nostra azione possa contribuire, anche se in piccola misura,alla risoluzione del problema. Il voler comprendere le cause scatenanti dei problemi del mondo ci spinge a curare una costante formazione personale e di gruppo ispirata alla dottrina sociale della Chiesa. Dalla conoscenza si passa all’annuncio. Esso va fatto sia a persone a noi vicine come in famiglia, negli ambiti ecclesiali, nelle parrocchie che negli ambienti lontani dalla fede. Questa azione è, a nostro giudizio, un tutt’uno con l’animazione missionaria e quando si rivolge ai “lontani” va oltre. A noi il compito di leggere la difficile realtà sociale con l’aiuto della virtù teologale della Speranza e collaborando, secondo le sollecitazioni del Concilio Vaticano II, con gli uomini di buona volontà. Sintetizzando il percorso da fare è il seguente:
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