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Le Meditazioni di p. Girola
Sintetizziamo le meditazioni che Padre Carlo Girola, membro della Direzione Generale e incaricato dei gruppi di laicato nelle Regioni saveriane, ci ha tenuto durante la convivenza estiva e con la quale ogni mattina, ha sviluppato il tema: “lo straniero e/è il povero nella Bibbia. Non riportiamo tutto il materiale utilizzato per ragioni di spazio e, chiedendo scusa a Padre Carlo per questo lavoro di “forbici”, lo ringraziamo per averci guidato nella cammino di spiritualità e formazione e per la sua preziosa presenza. La riflessione sulla presenza degli stranieri sul nostro territorio non può che nascere dall’analisi della realtà nella quale viviamo. In questo lavoro ci siamo fatti aiutare dai dati del rapporto Caritas migrantes italiana dai quali si evince che la presenza degli stranieri non è un fenomeno transitorio in quanto per molti la permanenza è a lungo termine o definitiva. Ciò è dimostrato dalla crescente richiesta di permessi di soggiorno per “lungo – residenti”, dall’aumento di matrimoni misti, dal notevole numero di ricongiungimenti familiari e l’immissione nel tessuto scolastico di ragazzi/e figli di immigrati. L’atteggiamento degli italiani di fronte a questa realtà è diversificato: - per alcuni il fenomeno è visto come un’opportunità - altri, su posizioni più moderate,lo percepiscono come un fattore che richiede delle attenzioni ma in un quadro di diritti e doveri - infine la posizione più diffusa tra la gente è la paura dello straniero dalla quale nasce la necessità di proteggersi. Per interrogarci sul nostro atteggiamento, cercando le giuste risposte, abbiamo chiesto aiuto alla Parola di Dio. Il percorso biblico proposto da Padre Carlo è partita dall’Antico Testamento (attraverso le figure di Abramo, Mosè e il popolo eletto) fino ad arrivare al Nuovo Testamento ( con Gesù Cristo e san Paolo). Il popolo d’ Israele vive l’esperienza dell’essere straniero al centro del suo racconto fondativo. Il ricordo diviene celebrazione in ogni festa della Pasqua quando pregando ripete: ” schiavi noi fummo in Egitto, di là Dio ci trasse con mano forte e potente per farci entrare in una terra dove scorre latte e miele”. L’essere segnati dalla “stranierità” porta il popolo a scoprire il valore dell’accoglienza frutto non solo di un precetto morale ma del ricordo di una dolorosa esperienza vissuta. La Bibbia parla dello straniero e fa dello straniero il personaggio centrale del suo racconto, infatti nel Pentateuco il comandamento di amare lo straniero è presente più di trenta volte. Il primo straniero che incontriamo nella Bibbia è Abramo che, per fede, va in una terra che non conosce indicata da JHWH e con la consapevolezza che la terra è di Dio e lui con il suo popolo sono ospiti. Abramo ospitato vive l’accoglienza del forestiero (Gn 18, 1 – 8). Anche per noi l’incontro con lo straniero ci permette di cogliere l’esperienza dell’alterità, che è il tratto costitutivo dell’umano. La Bibbia ci presenta non solo l’alterità culturale ma anche l’alterità del povero. La prima richiede solo un riconoscimento mentale, teorico: riconosco e accetto la tua diversità (la lingua, i tuoi odori, i tuoi sapori…) la seconda invoca la solidarietà concreta, figlia della giustizia. “L’incontro con il povero si fa a mani piene, dando e accogliendo” (E. Levinas). Anche Mosè vive l’esperienza di straniero sia nella sua vita che conducendo il popolo di Israele verso la liberazione. Mosè, figlio di ebrei, è accolto nella casa del faraone in Egitto. Dopo la sua fuga dall’Egitto è ospitato da suo suocero Ietro nella terra di Madian e il suo popolo schiavo in Egitto vive l’esperienza della sofferenza in terra straniera. Tutto l’insegnamento della Torah invita all’attenzione verso gli ultimi del tempo ( i poveri, gli orfani, le vedove, gli stranieri) e chi li offende e non li rispetta si pone fuori dall’alleanza. Nel nuovo Testamento Gesù appare come un povero e un forestiero fin dalla nascita, quando per lui e i suoi genitori non c’è accoglienza a Betlemme, non c’è possibilità di essere alloggiati. Durante la sua vita pubblica spesso sottolinea la sua situazione di straniero che non ha “dove posare il capo2(Mt 8,20). Alla luce della fede nel Risorto noi oggi possiamo affermare che era straniero in profondità, perché proveniva dall’alto, dal cielo. (Gv 3,31). In Gesù Dio, per incontrare l’uomo, si è fatto straniero. Gesù di Nazareth è uno straniero che si è fatto ospitale e ci insegna che uno straniero misericordioso non è più straniero ma diventa prossimo. Il farsi prossimo per l’altro estingue ogni estraneità, la quale diventa spazio di incontro e di ospitalità. L’accoglienza dello straniero non è solo un’opera buona ma l’occasione per vivere un rapporto con Gesù: “ero forestiero e mi avete ospitato … ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”( Mt 25,31 – 46). San Paolo vive la sua esperienza apostolica nelle piccole comunità ebraiche che si installano nelle zone più diverse del mediterraneo come migrante tra i migranti o incontrando popoli pagani, come straniero bisognoso di accoglienza. Ogni incontro con realtà e culture diverse gli richiede un continuo sforzo di inculturazione per incontrare ed annunciare il messaggio evangelico. Con san Paolo diciamo “ voi non siete più né stranieri né ospiti ma siete concittadini dei santi e casa di Dio” e con lui affermiamo che essendo tutti creature di Dio abbiamo piena “cittadinanza” nell’alleanza divina. La casa di Dio è la comunità umana del Dio vivente. A conclusione padre Carlo ha riportato i punti salienti del documento “ Non possiamo tacere” elaborato dalla conferenza degli istituti missionari italiani (CIMI). Il documento denuncia una crescente xenofobia non solo tra la gente ma pure a livello politico e istituzionale. Le leggi emanate in Italia in questi ultimi anni, in nome della tutela della sicurezza dei cittadini, spesso non sono rispettose dei diritti della persona che giunge in Italia a volte fuggendo da situazioni estreme di povertà e guerra. Ciò è stato sottolineato sia da Navi Pellay, alto commissario per i Diritti umani dell’ONU, e da una prestigiosa associazione quale è Amnesty International. La voce dei vescovi dell’Africa, riuniti a Roma per il sinodo africano(4 – 25 ottobre 2009), si è alzata per affrontare queste problematiche richiamando l’Europa alle proprie responsabilità e i cristiani a vivere evangelicamente la dimensione dell’accoglienza dello straniero. A conclusione il documento emanato dal CIMI ha evidenziato alcuni impegni : - Imparare a leggere le migrazioni come un “segno dei tempi”per la Chiesa e la Società - Fare proprie le affermazioni dei Vescovi africani de Il Sinodo dell’Africa - Non limitarsi alla sola denuncia ma agire mettendo a disposizione personale adatto ed il supporto di strutture adeguate per un lavoro con gli immigrati - Sollecitare la CEI a redigere un documento che, oltre la denuncia della deriva culturale rispetto al tema migratorio, offra gli opportuni orientamenti alle comunità cristiane. Noi missionari/e crediamo fermamente, come diceva il grande vescovo martire di Oran (Algeria) Pierre Claverie, che non c’è umanità se non al plurale |