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Quale missione?

 

Sintetizziamo l’intervento tenuto dal prof. Marco Dal Corso durante la convivenza invernale e gli chiediamo scusa perché la sintesi non renderà visibile la ricchezza delle sollecitazioni e riflessioni che ci ha proposto ed ancora lo ringraziamo per la sua competenza e la disponibilità mostrata verso tutti i laici presenti.

 

La domanda oggetto di riflessione è stata: “quale missione oggi è possibile realizzare sia ad intra sia ad extra”?

Innanzitutto bisogna evitare alcune tentazioni molto diffuse tra i cristiani:

-         La tentazione di possedere certezze da comunicare

-         La tentazione di proporre una religione civile (dove prevale l’appartenenza religiosa come identità)

-         La tentazione di proporre una religione confessionale (plantatio ecclesiae)

A livello personale dovremmo interrogarci sul tipo di esperienza religiosa che viviamo e poi analizzare il tipo di “stagione missionaria” che oggi si vive.

Forse si vive la stagione del ritorno di Dio. Questa affermazione potrebbe riempire il nostro cuore di speranza, ma analizzando bene la situazione scopriamo che esiste un bisogno di vivere la fede dentro e fuori la secolarizzazione. Potremmo dire che più che stagione del ritorno di Dio, viviamo il tempo del ritorno del sacro.

Spesso la dimensione della fede non è vissuta come possibilità di un incontro nella ricerca di Dio, ma come una situazione che provoca necessariamente lo scontro. La diversità diventa pericolo d’incomprensione e quindi si evita, spesso etichettando gli altri come integralisti.

La fede invece per sua natura dovrebbe spingerci ad incontrare “l’altro”, impone un’ermeneutica evangelica dell’alterità. Nei Vangeli Cristo ci ha insegnato il metodo per attuarla: senza negare la propria identità ecclesiale, bisogna rompere “il muro di separazione” (Ef.2,14) che c’è tra cristiani e non cristiani, tra cattolici e protestanti…

La frase che potrebbe far luce sulla nostra riflessione e la seguente: “la missione fa la Chiesa perché la missione è di Dio”. Dio è il regista di questo meraviglioso percorso di annunzio e la Chiesa ne riceve forza e vitalità. Ricevendo non può che avere un atteggiamento di gratitudine verso Chi le ha dato una così grande opportunità e un atteggiamento di condivisione del dono verso chi incontra.

Nel dibattito tra i presenti è emersa la sensazione che la chiesa italiana si esprima sulle tematiche morali molto, ma pensi poco sulle nuove modalità di fare missione e di affiancarsi a chi le sta vicino. Realizza molte attività di solidarietà, ma al tempo stesso sembra che nell’operare perda la sua spinta profetica che deve anche denunciare le ingiustizie e le ipocrisie del nostro tempo. Come procedere? Forse il mondo non chiede molte parole né attività caritative scollegate da un progetto più ampio, forse bisogna ripartire dall’esperienza della fede che è incontro con il Cristo per annunciare l’alternativa, ossia la possibilità di “un altro mondo”.

L’altro non è colui che è distinto da me, ma diviene compagno, colui con il quale spezzo il pane, condivido quello che ho e che sono, colui che accolgo. Ogni relazione andrebbe ripensata alla luce biblica dell’ospitalità come Abramo che esce dalla sua tenda per andare incontro ai suoi ospiti (Gen 18). E noi siamo Abramo e noi siamo gli ospiti.

Mirella