info@laicatosaveriano.it
 

 

 

 

Youssef e il problema della cittadinanza

 

Il centro di documentazione sulla mondialità di Salerno, in collaborazione con i laici saveriani e i padri saveriani, ha dato vita ad un convegno dal tema “Cittadini del mondo. Con la costituzione verso una cittadinanza interculturale”. Massimiliano ci racconta l’esperienza aiutandoci a riflettere su questa tematica così delicata.

 


 

Youssef ha ventitré anni, è arrivato in Italia dall’Egitto, ha pagato alcune migliaia di euro per il contratto di lavoro indispensabile al fine di ottenere il permesso di soggiorno.

Malgrado questo, da quando è in Italia ha sempre lavorato in nero senza garanzie e tutele, per pochi euro a giornata. Adesso, sfrattato da San Nicola Varco, Eboli (Sa), dopo che la magistratura ha posto i sigilli a quella fatiscente struttura, non ha più neppure una dimora. L’imprenditore agricolo che ha intascato parte del danaro di Youssef e che poi, furbescamente, gli ha annullato il contratto una volta in Italia (è bastata registrarne l’assenza nel giorno d’assunzione), reimpiegandolo più comodamente come lavoratore in nero, è indagato dalla Procura di Salerno.

Di fronte a tale situazione la domanda che ci poniamo è: chi dei due è cittadino italiano? Non certamente Youssef, che, malgrado il permesso di soggiorno e il rispetto delle leggi italiane, non è in possesso della cittadinanza italiana, né sappiamo quando potrà legittimamente definirsi cittadino italiano, nonostante le tante infinite discussioni che da anni coinvolgono il nostro parlamento su questo argomento; di sicuro invece il suo ex-datore di lavoro, se così possiamo chiamarlo. Eppure quest’ultimo, cittadino a tutti gli effetti, si è reso responsabile della manifesta violazione di alcuni importanti articoli della nostra Costituzione, a cominciare dal numero 54, che suona: “Tutti cittadini hanno il dovere di osservare la Costituzione e le leggi”; vale a dire, quella Costituzione che all’articolo 2 tuona: “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, ecc.”, e quelle leggi che regolano ogni contratto di lavoro.

Cosa penserebbe mai Youssef dell’Italia, della cittadinanza italiana, delle istituzioni italiane, se, alla luce della sua vicenda, si trovasse a leggere all’articolo 36 della stessa Costituzione che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”?

La vicenda di Youssef ci porta inevitabilmente ad urtare contro una serie di pressanti interrogativi: cosa vuol dire oggi essere cittadini italiani? Chi sono e chi saranno i cittadini italiani? Quanto conta e conterà per loro la Costituzione? Nell’era della globalizzazione gli stati occidentali devono ormai rassegnarsi di fronte ad un processo inevitabile: l’arrivo dal mondo, in particolare dal sud e dall’est del mondo, di quelli che dalle stime statistiche sono classificati come lavoratori o clandestini, ma che più correttamente sarebbero da definire uomini in primo luogo e cittadini (almeno potenzialmente) in secondo.

D’altra parte, per effetto della medesima globalizzazione, chi cittadino lo è già, sa che questioni capitali per la sua vita e la vita della sua comunità (come l’ambiente, l’economia e il lavoro, la difesa nazionale ecc.) oltrepassano ormai i confini dello stato nazionale e che, pur senza volerlo e senza aver mai pensato di spostarsi da casa sua, egli è ormai diventato cittadino del mondo.

Se poi a questo si aggiunge il lento processo di sgretolamento della nostra stessa identità di cittadini (vedi la generale crisi dei valori della cittadinanza e della legalità, che si innesta nella più generale crisi dell’identità culturale e religiosa caratteristica del nostro paese), il dubbio si raddoppia: cosa vuol dire oggi per me, cosa vorrà dire domani per i miei figli, per quelli di Youssef e per quelli del suo ex-datore di lavoro essere cittadini, e per giunta cittadini italiani?

È su queste impegnative questioni che, il 15 e 16 Gennaio scorsi, a pochi giorni di distanza dai fatti di Rosarno, si è interrogato un gruppo di insegnanti e formatori partecipando al convegno “Cittadini del mondo. Con la Costituzione verso una cittadinanza interculturale”, organizzato dal Centro di Documentazione sulla Mondialità di Salerno in collaborazione con i missionari saveriani e i laici saveriani.

I relatori intervenuti, dalle pedagogiste Rosaria Capobianco e Angela Biagini, al Procuratore capo della Repubblica Franco Roberti, dall’avvocato e capo-scout Raffaele Romanelli, a Carmela Masi, preside della scuola che ha ospitato il convegno, hanno rilanciato la sfida dell’educazione interculturale e del rispetto delle diversità, la necessità dell’accettazione degli immigrati come potenziali cittadini, il ruolo centrale della Costituzione come cardine della nostra stessa cittadinanza e come strumento di resistenza contro tutti i fenomeni mafiosi.

Scuola, famiglia e società non soltanto dovranno sentirsi sempre più unite in prima linea nella riappropriazione e nella difesa di valori costituzionali quali la dignità dell’uomo, la tutela dei suoi diritti, la solidarietà politica, economica e sociale; ma dovranno fare in modo che questi principi diventino patrimonio di tutti i nuovi cittadini (provenienti dal mondo e diretti verso il mondo) attraverso un dialogo rispettoso delle loro specifiche identità etniche e culturali. Se è lecito ancora sperare in un mondo migliore, non rinunciamo a sognare un mondo in cui i nostri figli e figli di Youssef, uniti sul terreno comune della cittadinanza e dei principi costituzionali, distinti con reciproco rispetto sul piano delle tradizioni culturali e religiose, affrontino la sfida di un avvenire più giusto e solidale.

Massimiliano D’Aiuto