Essere volontaria in carcere

Elsa fa parte del gruppo di Laicato saveriano di Salerno che ha scelto con il progetto “ERO IN CARCERE…” di rivolgersi a detenuti stranieri che non ricevano visite familiari.

Dio è sempre pronto a riaprire il dialogo

Anche oggi, come ormai da mesi, sono andata all’appuntamento con i miei amici in carcere che visito ogni quindici giorni. Devo prendere l’auto perciò durante il tragitto ho il tempo di prepararmi all’incontro, per pensare e immaginare cosa ci diremo al colloquio. Visito due detenuti nello stesso giorno, ma separatamente, un’ora ciascuno.

Sono molto diversi, quasi in tutto: uno è rumeno e l’altro è tunisino. Uno ha carnagione e occhi chiarissimi, l’altro ha pelle scura e occhi neri. La loro diversità non è solo alla vista, c’è molto di più, c’è una vita, c’è una cultura, c’è tanto ancora…

Perché vi racconto questo?

Perché ormai fanno parte della mia vita. A volte mi ritrovo a pensare a loro proprio come si pensa, appunto, ad un amico, mentre mi soffermo a guardare un bel tramonto o quando mangio una pizzetta scottante e saporita o quando, a sera, mi rilasso stanca morta sul divano a guardare la televisione. Mi ritrovo a pensare a tutti quelli che non vivono queste piccole gioie e quindi anche a loro. Queste azioni per me “nella norma”, “usuali”, per i miei amici “usuali” e “normali” non lo sono più da tempo.

In auto ho ripensato al Vangelo (Mt.25, 31-46) quando Gesù dice “ero in carcere”. Ricordo che mi aveva colpito questa frase e ora nel ripensarla mi accorgo che mi sento realmente coinvolta, consapevole di quello che sto facendo, di dove sto andando.

Solo pochi minuti prima credevo di essere spinta unicamente dalla volontà di fare ciò che sento naturale fare, una semplice risposta ad un richiamo umano. E intanto che i miei pensieri viaggiavano con me, stavo per raggiungere la mia destinazione.

Pensavo che anche altri prima di Gesù avevano parlato di compiere gesti meritevoli, ma solo come doveri di cittadini.

Addirittura nell’antico Egitto erano scritti nel libro dei morti, tra le varie cose da recitare al cospetto delle divinità, anche atti di bontà o generosità come: “Ho dato cibo a…” “Ho curato…” e persino “Ho prestato la mia barca…”, ma non c’era mai stato prima di Gesù chi avesse parlato di amore, di carità, di visitare i carcerati.

È proprio questa la novità: parlare di amore e vedere amore di Dio attraverso l’altro. Gesù ci invita a capire cosa va fatto se crediamo veramente che in ogni uomo c’è Lui, c’è veramente il Cristo anche in quell’uomo rinchiuso in una cella. Non è una semplice visita, è credere e vedere Gesù in quell’uomo con tutti i suoi problemi, difetti ed errori. È capire che dobbiamo distinguere il male da chi lo commette, il reato da chi lo compie, il peccato dal peccatore. Dio è sempre pronto a riaprire il dialogo con chi ha sbagliato, è sempre disponibile al perdono perché Dio condanna il peccato, non il peccatore. Ho meditato su questa lezione del Vangelo ed intanto sono arrivata.

Suono il campanello e mi presento: “Volontaria. Laici saveriani Ad Gentes”. Mi aprono il cancello di entrata, attraverso l’area che mi porta all’edificio.

Suono il campanello della prima porta di ferro, primo controllo e poi una seconda porta di ferro, attraverso il cortile, secondo controllo. Poi, mi lasciano attraversare l’ultima porta di ferro. Ora sono veramente dentro. Davanti a me si incrociano i larghi corridoi, conosco la strada e imbocco quello che mi porta al cancello che io non potrò attraversare. Lì i secondini mi vedono arrivare, l’addetto si avvicina ed io gli passo, attraverso le sbarre, il foglio con i due nomi. Mi passano accanto i vari detenuti, alcuni li conosco, tutti salutano. Dopo un po’ vedo arrivare il primo, più tardi arriverà l’altro e passo con loro un’ora ciascuno.

Parliamo, scherziamo, un po’ seri e un po’ allegri a seconda degli argomenti. Li lascio esprimere, parlano tanto, a loro piace sentirsi ascoltati. A volte me lo dicono: “Sai una cosa, ho bisogno di parlare perché anche se in cella siamo in sette non si ha molta voglia di dire quello che sentiamo”. Altre volte dicono: “Ti aspettavo”. Si lasciano andare a raccontarsi

Elsa Baratta

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