l mese di Baishakh, primo mese del calendario bengalese, è stato caratterizzato in questa zona del sud del Bangladesh da temporali quotidiani, che hanno mantenuto la calura entro limiti sopportabili. A metà maggio però è iniziato il mese di Joishtho… il mese più caldo dell’anno. Non ci resta che sudare e boccheggiare in attesa dei monsoni. Nonostante si desideri solo restare sotto la doccia a rinfrescarsi, il lavoro procede regolarmente, ma prima le donne e i bambini. Uno dei nostri medical camp lo teniamo a Bonshipur, che è il primo bazar che si incontra uscendo dalla missione e procedendo sulla strada principale verso Shatkira. Arrivati al bazar giriamo in una strada che si dirige verso la fabbrica di mattoni… in mezzo al niente ecco una casa.
Entriamo nel piccolo cortile e ad accoglierci ci sono una ventina o più di donne, accompagnate da numerosi bambini.
Sono quasi tutte donne mussulmane, la padrona di casa è già venuta qualche volta in ambulatorio al SAMS, ed ha accettato di fare un medical camp a casa sua.
Ecco che sulla veranda di casa iniziamo questo medical camp al femminile; una ad una visitiamo circa
25 donne con età variabile dai 7 ai 70+ (e anche un maschietto, che mi rovina l’idea per l’articolo). Le problematiche sono soprattutto quelli che in gergo con Patrick definiamo i “gran mal di dolore”. Infatti lamentano mal di schiena, dolori alle ginocchia e alle spalle, dovuti prevalentemente alle attività della vita quotidiana, gravidanze in età precoce, portare l’acqua sul fianco, cucinare sulla tradizionale cucina bengalese a terra, lavorare nei campi di riso; il dubbio che qualche marito abbia la mano pesante con la moglie ci sfiora….ma poi, in questa situazione con poca privacy diventa impossibile da verificare.
Poi ci sono problematiche cutanee; con il caldo umido di queste parti, le condizioni di vita, la scarsità di acqua pulita e l’abitudine a fare il bagno nel pukur (praticamente degli stagni), le micosi cutanee e la scabbia sono all’ordine del giorno. Una bambina particolarmente vivace di 4-5 anni saltella a destra e manca sulla veranda dove stiamo visitando i pazienti e coglie l’occasione di qualunque cosa le capiti sotto mano per giocare. La mamma, che avrà sì e no 25 anni ed accompagna l’altra figlia di 7-8 anni, la sgrida… ma non c’è verso: a quell’età salta come un grillo; quindi, invece di perdersi in chiacchiere con le amiche e le vicine, terminata la visita se ne va, per evitare che la bimba disturbi tutti. A qualche donna provo a insegnare semplici esercizi di stretching e di ginnastica posturale per aiutarle con il mal di schiena senza ricorrere tutti i giorni a farmaci. Le presenti mi guardano e ridono come delle matte, chissà poi perché.
Un’altra donna arriva al SAMS. Questa volta il problema è più importante: una elefantiasi che dura da più di 30 anni. Difficile, se non impossibile, da curare… facciamo il poco possibile ed anche a lei insegniamo le modalità di gestione della problematica, con piccole norme di igiene e alcuni esercizi.
Un altro medical camp lo facciamo a Khulna con i bambini di strada che vengono accolti nel centro diurno dietro la stazione.
Troviamo vecchie conoscenze e alcuni bimbi nuovi. Anche qui le problematiche principali sono le infezioni da scabbia e alcuni malanni da bambini, quali raffreddori, tonsilliti e via dicendo. Stavolta scordo le caramelle… ma i bambini ci accolgono comunque con grandi sorrisi e ci ringraziano prima di andarcene. Olie, il responsabile, che è stato un bambino di strada accolto da P. Riccardo, spiega che quando lui aveva la loro età, Patrick era stato con loro per un po’ di tempo a insegnare a leggere e scrivere. Il giorno dopo Patrick torna per consegnare alcune medicine che non avevamo con noi e per portare qualche lychee; i bambini ringraziano felici. Anche a Munshiganj il medical camp è quasi tutto al femminile. Dietro un tempietto indù, nel cortile e sotto il tavolo che ci fa da scrivania, razzolano le galline. Poco distante una scimmietta ci osserva facendo su e giù da una casa… intanto i vicini si godono lo spettacolo del dottore che visita i pazienti; 3-4 uomini seduti su un van restano a guardare lo spettacolo, senza nemmeno pagare il biglietto. Nonostante l’ombra delle piante e la brezza che soffia dal fiume poco distante, il caldo si fa sentire. Una signora, che mi vede sudare in maniera esagerata, ci porta un ventilatore portatile che mette sul tavolo, un piccolo sollievo al caldo tropicale di questi giorni. E questo è tutto con affetto e sudore dal Bangladesh.
Franca del Bangladesh (progetto in collaborazione con Nuovi spazi Al servire)
