Parma: mani per il mondo

La rassegna “Mani per il mondo” è un importante appuntamento che si svolge da alcuni anni nel Santuario San Guido Maria Conforti presso la Casa madre dei Saveriani. Gli incontri solitamente abbinano una testimonianza e alcuni momenti di preghiera. Le testimonianze che si sono succedute nel tempo sono state sempre significative ed importanti. Basti ricordare, fra gli altri, padre Pier Luigi Macalli, reduce da un rapimento nel deserto del Niger di circa due anni o la storia di “Linea d’ombra” l’associazione triestina che cura i migranti della rotta Balcanica.

E’ molto eloquente, inoltre, che il rinnovato gruppo di lavoro che organizza la rassegna, coordinato da Virginia Isingrini, sia composto da tutte le esperienze, religiose e laicali, della Famiglia Carismatica Saveriana

Quest’anno hanno raccontato il loro vissuto Kim Aris, figlio di Aung San Suu Kyi, che ha parlato della sempre drammatica situazione del Myanmar, e Liliana Nechita, scrittrice rumena, badante per necessità in Italia. Di quest’ultimo incontro, abbiamo più sotto, la cronaca pubblicata sulla Gazzetta di Parma da Laura Caffagnini. Il prossimo incontro sarà il 6 marzo con uno spettacolo teatrale sulla mistica francese Madeleine Debrel

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Il giorno in cui sono partita mi facevano coraggio le mie figlie. “Tre mesi, non devi stare di più!” mi dicevano. Sono passati vent’anni». Liliana Nechita, scrittrice romena, si è raccontata nel Santuario Conforti nell’ambito di «Mani per il mondo». Intervistata dalla saveriana Virginia Isingrini, ha presentato il suo libro «Ciliegie amare» (Fve Editori) rievocando l’esperienza di badante in Italia. Ha suggellato la toccante testimonianza un’intensa preghiera della Chiesa ortodossa romena di Parma. La storia di Liliana è quella di tante madri che si sono separate dai figli per garantire loro un futuro. Lavoro 24 ore su 24, poca libertà di scelta, incertezza. L’intervista ha snidato le pieghe più nascoste di un’esperienza così dolorosa che spesso spinge chi la vive alla dissociazione. «Mi sono imposta di non essere felice. A Perugia, dove ho vissuto, c’era il festival del cioccolato, con musica e colori. Volevo ridere. Condividere. Ma le mie figlie non c’erano. Mi sono negata le emozioni anche per sentirmi più forte. Se le avessi lasciate emergere, sarei tornata a casa. Per sei anni non ci sono andata. Ho visto mio nipote, nato poco dopo la mia partenza, quando già andava a scuola».

Nechita ha una formazione classica. I libri sono stati la sua salvezza. «Non vedevo l’ora di ritirarmi in camera per leggere. Ho imparato l’italiano e mi sono iscritta in biblioteca. Se vedo qualcosa che mi fa male scrivo. Vivo la scrittura come risurrezione».

Presto si è fatta voce di tante. «Chi emigra non racconta mai cosa prova, perché la società lo vuole vincitore, ricco, caparbio. Uscito il libro, mi hanno cercato molte persone ferite. L’emigrazione è nel cuore quando non si è capiti e amati».

Ha assistito anche malati. «Sono stati come i miei genitori. Da loro non ho mai subito umiliazioni. Mi hanno amata. Gli anziani sono come bimbi, dicono grazie per un bicchiere d’acqua. Ne aiutavo uno molto povero. A volte gli pagavo io la spesa. Mi diceva: “Stella mia, come farei senza di te?”».

In Romania Liliana era tecnico di produzione. «Dopo alcuni anni come badante, ho cercato un altro lavoro, ma nessuno mi ha assunta». Assiste ancora le persone, ha scritto un nuovo libro e trovato un nuovo amore. «La società spinge a comprare tappeti, mobili, auto, vestiti, gioielli, tre computer, due case. Si lavora da mattina a sera per avere cose inutili. Io ho aiutato le mie figlie a studiare e a crescere».

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